Il motto del gonfalone di Muzzano sembra voler ricordare come la popolazione del paese riuscì a superare le avversità di un territorio montuoso e difficile da mettere a cultura. La luce nel buio però si offusca e si fa più fioca quando entriamo nel campo del leggendario dove immagini dai contorni non ben definiti legano realtà e immaginazione. Si narra di alcuni stranieri, forse di origine celtica, che giunsero in paese e vennero ben accolti dai muzzanesi perché si credeva conoscessero il metodo per estrarre l’oro dal torrente e dalla montagna. I barbari erano alti, rudi e grotteschi, ma le loro donne, rosee e bionde, furono subito odiate ed invidiate dalle donne locali. Gli stranieri ben s’integrarono e decisero di festeggiare la loro presenza in questi luoghi con un banchetto sulle sponde dell’Elvo. Finita la cena iniziarono le danze delle donne nordiche, guardate con sprezzo dalle muzzanesi, e con ardore dagli uomini. Ad un tratto una giovane, dopo aver fissato a lungo le estremità scoperte dalla danza, ridendo si mise a richiamare l’attenzione dei compaesani: “Guardate! …Guardate! …Le straniere hanno i piedi d’oca! …Guardate come sono belle le donne palmipedi!”. Le ilarità e gli scherni che ne seguirono offesero i forestieri, i quali decisero di abbandonare la loro dimora, un dirupo a picco sull’Elvo chiamato la roccia delle fate, senza rivelare ai muzzanesi le tecniche per ricavare l’oro dalla montagna e dalle acque. I forestieri dormirono a Muzzano ancora una notte ed i locali decisero di armarsi per farsi dire con le buone o con le cattive le tecniche d’estrazione. All’alba, armati di mazze e bastoni, arrivarono velocemente alla caverna dove rimasero abbagliati da una luce folgorante. Una luce magica si dipartiva da una figura di una fanciulla avvolta in un tessuto d’oro, si trattava di una fata. Dopo lo stupore i muzzanesi decisero che si sarebbero impadroniti anche di lei, ma all’improvviso si drizzo accanto a lei un grosso serpente sibilante e che sputava fuoco. I locali si ricordarono a quel punto della diceria dei foresti che portavano con loro una bionda fata dalla quale apprendevano l’arte di estrarre i metalli, ed il grosso serpente a loro difesa. Tutti scapparono a gambe levate tornando alle loro case, mentre il sole ardeva già all’orizzonte. Gli stranieri partirono indisturbati, mentre il serpente rimase ancora qualche tempo a seminare un po’ di terrore, finché anch’esso sparì. Passati lunghi secoli dalla leggenda che lega a Muzzano le popolazioni celtiche, nel 1621, un altro avvenimento sembra tingere di ombre cupe questi luoghi. Infatti si celebrò in paese uno dei rari processi di stregoneria del Biellese. Giovannina Anselmetti e Luigia Ghittino di Graglia, ma residenti a Bagneri, e Caterina Bossi Dal Verna di Graglia, vennero accusate di stregoneria. Non conosciamo l’esito del processo, ma da allora Muzzano, come disse Virginia Majoli Faccio, lasciò nel buio della notte dei tempi leggende, dicerie, stranieri, fate, e folletti, quando ancora amavano vivere gomito a gomito con i mortali. |